All'alba
del Medioevo, quindici secoli fa, una piccola colonia di guerrieri Longobardi si
insedia con le proprie famiglie sulla riva dell'antico Scultenna.
Una mostra
racconta come vissero e morirono questi primi Longobardi di Spilamberto grazie
al ritrovamento della loro necropoli, scoperta nel 2003 nei pressi del fiume
Panaro
IL TESORO DI SPILAMBERTO
SIGNORI LONGOBARDI ALLA FRONTIERA
dall'11 dicembre 2010 al 25 aprile 2011
PROROGATA FINO AL 26 GIUGNO 2011
Spazio Eventi “Liliano Famigli”
Viale Rimembranze, 19
Spilamberto (MO)
la mostra è aperta dall'11 dicembre 2010 al 26
giugno 2011(PROROGATA)
nei seguenti orari:
venerdì dalle 18.30 alle 22 (con visite guidate
alle ore 20 e 21)
prefestivi e festivi dalle 10 alle 12.30 e dalle 15 alle 18.30
(con visite guidate alle ore 10.30, 11.30, 16.30 e
17.30)
Visite guidate a pagamento
Chiusa 24 e 31 dicembre, 1 gennaio
Info 059.789.964 - 059.789.929 - 059.781.270
Nel corso di entrambi i secoli del loro dominio in Italia i Longobardi
perseguirono ostinatamente, con la guerra e la diplomazia, con alterne
fortune e alla fine fallendo, il tentativo di formare un regno nell’intera
penisola, dov'erano giunti dalle pianure pannoniche nel 569, determinati a
rimanervi in modo definitivo.
Fin dall’inizio, la conquista della Romania, la parte orientale della pianura
padana a sud del Po e dell’alto Adriatico, si rivelò impresa assai difficile che
riuscì nel 751 solo ad Astolfo, e pure parzialmente, ormai verso la fine del
regno.
I territori dell’Esarcato e della Pentapoli, con il fondamentale caposaldo di
Ravenna capitale dell’Italia bizantina, rappresentavano la chiave per il
controllo dell’Adriatico e garantivano l’accesso terrestre a Roma e Napoli,
separando nettamente la Langobardia Maior dai ducati meridionali.
È naturale quindi che, già nei primissimi tempi dell’invasione, i Longobardi si
fossero spinti per quanto possibile in profondità, nel cuore
dell’Emilia-Romagna, conquistando Parma, Reggio e Modena ed attestandosi con
piccoli insediamenti di carattere militare sulla linea del Panaro e del Secchia.
Dopo appena vent’anni dovettero tuttavia ritirarsi di fronte alla decisa
offensiva bizantina del 590 che riconquistò Modena e Reggio, territori che
torneranno definitivamente in mano longobarda solo nel 643 con le campagne
militari di Rotari e la battaglia del fiume Scultenna (Panaro), che permisero di
fissare nuovamente lungo i due fiumi, per oltre cent’anni, la frontiera
dall’Appennino al Po.
Il ricco e ben organizzato ager mutinensis, che fino alla seconda metà del VI
secolo aveva comunque mantenuto, sia pur con larghe smagliature, la rete del
popolamento romano, fu dunque teatro, nel giro di pochi decenni, di una grave
crisi che trasformò la fisionomia del territorio tardoantico, riducendo
drasticamente il numero degli abitati e favorendo la nascita degli insediamenti
accentrati. A tale collasso, che inaugurò un nuovo mondo, non furono certo
estranee le disastrose alluvioni, ben documentate dalle fonti scritte e
dall’evidenza archeologica, che interessarono, attorno all’anno 589, durante il
regno di Autari, un’amplissima zona della Padania.
In questo difficile contesto, circa tra gli anni 570 e 590, si situa la vicenda
dei primi Longobardi di Spilamberto che possiamo oggi raccontare, almeno in
parte, grazie alla scoperta nel 2003 della loro necropoli presso il Panaro.
Sulla riva dell’antico Scultenna essi vissero e morirono quindici secoli fa,
all’alba del Medioevo.
Della piccola colonia di guerrieri con le loro famiglie -certamente non isolata
e comandata a sorvegliare un tratto dell’incerta frontiera e forse un guado o un
traghetto- non conosciamo le case ma solo il cimitero, una trentina di tombe in
nuda terra (appena tre di maschi armati), distinte in gruppi parentali che
attestano lo stanziamento di un clan gentilizio (fara) durato non più di una
generazione. Soltanto le pratiche funerarie e i reperti delle sepolture, alcuni
dei quali di altissima qualità e di indubbio valore simbolico, consentono quindi
di avere un’idea della loro cultura, della loro vita quotidiana e di
intravvedere le relazioni che intrattenevano con le popolazioni romane, di qua e
di là del confine.
I guerrieri furono seppelliti in modo assai semplice, con le armi individuali
(spada, lancia e scudo) che connotavano nella tradizione germanica l’uomo libero
e combattente, accompagnate dai relativi cinturoni, guarniti in ferro e bronzo e
da poche altre cose: coltelli, punte di freccia e acciarini.
Ben
più ricchi e complessi sono invece i corredi delle numerose tombe femminili, che
testimoniano l’assimilazione non recente di costumi e gusti bizantini, ma anche
la comunanza culturale con altre nazioni barbariche. Alcuni di essi associano
infatti agli oggetti della vita quotidiana (ceramiche da mensa di tradizione
pannonica decorate a stampiglia, pettini in osso e coltellini) e rari gioielli
tipici del costume longobardo (una fibula a S in bronzo dorato e pietre dure),
pezzi ricercati e preziosi, la cui presenza in questo piccolo avamposto potrebbe
derivare sia da scambi e doni con le popolazioni d’oltre frontiera, che da prede
di recenti saccheggi o dal retaggio familiare.
Fra questi materiali “esotici”, perlopiù concentrati nelle due sepolture di
maggior rango, spiccano i recipienti in bronzo fuso, un cucchiaio in argento con
iscrizione augurale, una pesante lucerna in bronzo, una fibula - pendente
discoidale di tipo tardoromano in argento dorato con cammeo antico e perle di
fiume - un magnifico corno in vetro per bere, proprio della tradizione germanica
ed un eccezionale sgabello pieghevole in ferro fucinato coperto di fittissime
agemine, oggetto di cui si conservano in tutta Europa ben pochi esemplari
d’epoca altomedievale.
Il lignaggio di queste donne, e quindi delle loro famiglie, era ulteriormente
esaltato dalla deposizione in fosse separate, accanto alle sepolture, dei corpi
di tre robusti ponies di razza nordica, forse discendenti dei cavalli che
accompagnarono, secoli prima, i Longobardi nella loro prima migrazione dalla
Scandinavia alla Germania settentrionale.
Tale costume, originato nell’Europa occidentale tra III e V secolo, si diffuse
successivamente nei territori ad est del Reno fra le popolazioni dei Franchi
orientali, Alemanni, Longobardi e Turingi.
Per la sua integrità e per la varietà culturale dei reperti, la necropoli sul
Panaro costituisce senz’altro la testimonianza più consistente e rappresentativa
del primo insediamento longobardo nel Modenese; un ritrovamento che fa di
Spilamberto un luogo nodale per la storia della inquieta frontiera fra
Langobardia e Romania.
Per far conoscere l’importanza della scoperta -non più recente ma della quale è
appena iniziato lo studio- il Comune di Spilamberto e la Soprintendenza per i
Beni Archeologici dell’Emilia-Romagna, con la collaborazione scientifica della
Soprintendenza per i Beni Archeologici della Lombardia, hanno realizzato questa
mostra che non esaurisce certo il potenziale informativo del ritrovamento.
Con la ricomposizione delle sepolture più significative ed una larga selezione
di reperti, corredate da un ampio apparato didascalico reso più suggestivo dalla
grafica ricostruttiva, si è scelto di proporre ipotesi e temi di riflessione per
successivi approfondimenti, che andranno condotti nell’ambito della
ricostruzione della storia altomedievale del modenese e dell’Emilia-Romagna.
Curatori della mostra: Andrea Breda e Paolo De Vingo
Progetto espositivo: Fausto Ferri
Ideazione Grafica: Enzo Pancaldi
Staff organizzativo: Antonella Tonielli, Donato Labate, Paola Corni e Alessandra
Anderlini
Restauro reperti: Laboratorio SBAER (Antonella Pomicetti, Mauro Ricci, Anna
Musile Tanzi, Monica Zanardi, Micol Siboni, Virna Scarnecchia, Morena Del
Gaudio, Roberto Monaco, Gianfranco Paruccini, Giuliano Mengoni)
Foto: Roberto Macrì, Paolo Terzi, Massimo Trenti
Ufficio Stampa:
Ombretta Guerri e Carla Conti
Clicca qui per andare alla pagina dedicata agli scavi del 2003
Clicca qui per andare al sito della mostra (esterno)
Inaugurazione sabato 11 dicembre 2010, ore 17
Sabato 11 dicembre 2010,
alle ore 11, anteprima per la stampa
Visita alla mostra riservata ai giornalisti
Sarà presente il curatore della mostra Andrea Breda
A seguire verrà allestito un buffet presso il Museo dell’Aceto Balsamico
Tradizionale di Modena
Promosso da: |
Soprintendenza per i Beni Archeologici dell’Emilia-Romagna (Dott. Luigi Malnati) e Comune di Spilamberto (Sindaco Francesco Lamandini e Assessore alla Cultura Daniela Barozzi), in collaborazione con Soprintendenza per i Beni Archeologici della Lombardia e Gruppo Naturalisti di Spilamberto, con il patrocinio di Presidenza della Repubblica, Senato della Repubblica, Camera dei Deputati, Regione Emilia-Romagna e Provincia di Modena. Contributo della Fondazione di Vignola. Main sponsor Era 2000; sponsor Gruppo Cremonini, Banca Popolare dell’Emilia-Romagna, Cassa di Risparmio di Vignola e Banco Popolare di Verona-Banca S. Geminiano e S. Prospero |
Città: | Spilamberto |
Luogo: | Spazio Eventi “Liliano Famigli” |
Indirizzo: | Viale Rimembranze, 19 |
Provincia: | Modena |
Regione: | Emilia-Romagna |
Quando: |
da sabato 11 dicembre 2010 a lunedì 25 aprile 2011 (prorogata fino al 26 giugno 2011) |
Orari: | venerdì 18.30-22; sabato, domenica, prefestivi e
festivi 10-12.30 e 15-18.30 Chiusa 24 e 31 dicembre, 1 gennaio |
Ingresso: | gratuito in giorni e orari diversi da quelli di apertura, visite guidate a pagamento (gruppi min. 10, max. 30 persone). Per info AR/S Archeosistemi Tel. 0522.532.094 - Fax 0522.533.315 - info@archeosistemi.it |
Visite guidate: | venerdì ore 20 e 21 prefestivi e festivi ore 10.30, 11.30, 16.30 e 17.30 |
Servizi per le scuole: | ingresso gratuito il giovedì con prenotazione obbligatoria:
info Comune di Spilamberto visite guidate e laboratori didattici a pagamento con prenotazione obbligatoria: info AR/S Archeosistemi |
Info: | Comune di Spilamberto Ufficio Cultura - Tel. 059.789.964 Ufficio Eventi - Tel. 059.789.929 info@comune.spilamberto.mo.it www.comune.spilamberto.mo.it IAT-Unione Terre di Castelli AR/S Archeosistemi |
editing Carla Conti