Più della metà sono Grossi Matapan d'argento coniati a Venezia
tra il XIII e il XIV secolo (389 esemplari), seguono quelli coniati
dalle zecche di Piacenza (85), Milano (84), Cremona (13), Pavia, Parma, Bologna,
Lucca, Pisa e Siena; c'è anche un cospicuo gruppo di 29 Grossi tornesi a nome di
Filippo il Bello. La datazione va dalla seconda metà del XIII alla prima metà
del XIV secolo, con il 1337, anno di coniazione di quella più recente, a fissare
il terminus post quem della formazione di questo ripostiglio. Valore complessivo
stimato pari a
55mila euro, ragionevolmente dedotto dal confronto con le quotazioni proposte in
aste recenti per esemplari simili.
Questi i fatti.
Ma a parte questi dati, del chi, come, quando e perché si sono formati i due nuclei di monete sequestrati a Piacenza dalla Guardia
di Finanza nel febbraio 2011 non sappiamo e non sapremo mai
nulla di più.
Anche volendo trascurare l'aspetto prettamente penale, è questo il danno più
grave causato dalla razzia di materiale archeologico: migliaia di monete che
restano bellissime ma mute, che forse un giorno saranno esposte in un museo ma
che private del loro passato, sradicate dai propri contesti non possono più
raccontarci la loro storia e, con essa, anche un po' della nostra.
Resta il valore del gruzzolo quale testimonianza e informazione relativamente
alla circolazione monetaria dell'epoca permettendoci di sapere quali fossero le
zecche più importanti
Venezia, Grosso Matapan (XIII-XIV secolo)
Quel che sappiamo della provenienza delle 635 monete sequestrate a Piacenza
dai militari del Nucleo Polizia Tributaria Guardia di Finanza di Milano è ciò
che hanno raccontato i due individui che le detenevano illegalmente. Questi
hanno dichiarato di aver prelevato il materiale all'interno di un cantiere edile
situato alla periferia sud di Piacenza, in via Bubba 16, dove entrambi
esercitavano la propria attività. Hanno anche detto di aver trovato le monete
dentro una delle trincee scavate per la gettata dei plinti di fondazione
dell'edificio in costruzione e di averle rinvenute avvolte in quello che a loro
sembrava un tessuto, ormai completamente deteriorato.
A seguito della denuncia dell'avvenuto reperimento e relativo sequestro di
queste monete, è stata interpellata la Soprintendenza Archeologia dell'Emilia-Romagna, competente per le opportune verifiche di accertamento nel
cantiere e per la perizia del materiale sequestrato.
L'archeologa Daniela Locatelli, responsabile per la città di Piacenza, ha
condotto un'ampia serie di controlli e sondaggi che però non hanno prodotto
alcun risultato particolarmente significativo: non sono state individuate
strutture, né piani d'uso antichi, né alcuna traccia che suggerisse una forma
stabile di frequentazione. Lo strato più superficiale del terreno, dello
spessore di circa mezzo metro, è costituito da un riporto piuttosto compatto di
macerie moderne, derivanti verosimilmente dalla realizzazione e/o demolizione di
edifici piuttosto recenti.
Volendo credere a quanto sostenuto dai detentori illeciti, il materiale
sequestrato proverrebbe da questo strato. Peccato che sia privo di qualunque
traccia di fosse e di livelli di frequentazione da porre in relazione con il
gruzzolo di monete, un fatto che può essere interpretato o come l’esito della
distruzione di un originario deposito archeologico nel corso delle demolizioni
sopra menzionate (deposito i cui materiali sono poi confluiti all’interno dello
strato macerioso ormai decontestualizzati) oppure come il frutto di una errata
indicazione del luogo di rinvenimento dei beni numismatici, recuperati in realtà
nelle vicinanze del cantiere.
Per quanto riguarda il contesto di provenienza, il cantiere di Via Bubba si trova alla periferia sud di Piacenza, ben al di fuori sia della cinta farnesiana che dell'area su cui si estendeva la città medioevale. In linea d'aria, esso è ubicato a circa 1,5 km dall'asse di percorrenza della Via Emilia (che congiungeva Rimini a Piacenza), venendo così ad essere un luogo adatto alla deposizione, a scopo di tesaurizzazione, di beni di prestigio e/o tesori di monete in momenti di forte instabilità politica e sociale.
Il piccolo gruzzolo, che secondo gli scavatori clandestini era contenuto in una porzione di tessuto (non recuperato), è costituito da 635 monete d'argento di età medioevale. Da un rapido esame preliminare, sono stati identificati Grossi emessi dalle zecche di Milano, Cremona, Pavia, Piacenza, Parma, Bologna, Venezia, Lucca, Pisa e Siena, databili fra la seconda metà del XIII e la prima metà del XIV secolo. È inoltre presente un gruppo di Grossi (1270-1314) a nome di Filippo il Bello coniati dalla Zecca di Tours.
Tours (Francia) - Grosso tornese Filippo il Bello (1270-1314)
Il ritrovamento è di notevole interesse per la conoscenza della monetazione medievale e per la ricostruzione della circolazione monetale e dei rapporti commerciali fra le diverse città. L'analisi del gruzzolo è coerente con quanto osservato in casi analoghi e vede il netto predomino delle Zecche di Milano e soprattutto di Venezia, con un modesto contributo dell'area centro-italica (Toscana). Viene confermato il ruolo ridotto della monetazione parmigiana mentre è abbastanza ovvia la presenza di Piacenza; la produzione della Zecca bolognese è attestata da un solo esemplare.
Per quanto riguarda il valore del gruzzolo, da un confronto con le cifre
proposte in aste recenti possiamo dare alcune valutazioni medie. Sulla base
dello stato di conservazione, risulta equilibrata una valutazione di € 100 a
pezzo per i grossi veneti e i grossi tornesi a nome di Filippo il Bello
(di conservazione mediocre) mentre i grossi milanesi (di buona conservazione)
hanno una valutazione che può raggiungere i 150 euro al pezzo come pure i grossi
di Pisa e di Lucca. Gli altri esemplari, prevalentemente di zecche emiliane,
sono invece di peggiore qualità e conseguentemente hanno una valutazione
inferiore, fra i 50 e gli 80 euro. Nel complesso possiamo proporre un totale di
base del materiale nel suo complesso pari a 55.000 euro.
Dobbiamo però rilevare che sarebbe necessaria la catalogazione dettagliata dei
singoli pezzi, che tenga conto della rarità e della conservazione di ognuno, per
definire una valutazione maggiormente attendibile. Resta indubbio l'elevato
valore dei pezzi in quanto beni culturali e in quanto reperti archeologici.
Oltre alla quantificazione patrimoniale, va infatti considerato il danno
determinato dalla perdita dei dati scientifici connessi al contesto di
rinvenimento (le monete provengono da un sito archeologico che non è stato
possibile indagare in maniera adeguata), andando a incidere in modo
significativo sul valore informativo (sensibilmente ridotto) dei reperti in
questione.
L'augurio è che, una volta dissequestrato, il gruzzolo possa essere studiato da
esperti di numismatica e valorizzato come merita
Piacenza - Grosso (1299 - 1313)
Direttore dello scavo: Daniela Locatelli
Redattori della perizia numismatica: Emanuela Ercolani Cocchi (Ispettore
Onorario SBAER) e Marco Podini (archeologo SBAER)
Inquadramento storico
Gruzzoli, tesoretti, ripostigli, nomi diversi con cui indicare monete o altri
oggetti preziosi nascosti dai loro proprietari per evitarne il furto, la
requisizione, la tassazione o il sequestro.
Quello di Piacenza, 635 monete d'argento, non può raccontare alcuna storia
perché privo del contesto di rinvenimento. Può tuttavia fotografare un periodo e
una situazione socio-economica, mostrando un campionario pressoché esaustivo
delle monete presenti sul mercato piacentino intorno alla metà del XIV secolo.
Il gruzzolo di Piacenza è costituito da monete incluse in un range che va dalla
prima metà del XIII al 1337. In questo periodo in cui molti comuni dell’Italia
centro-settentrionale cominciano ad evolversi in Signorie. I capi delle famiglie
dominanti, che nei comuni rivestivano le cariche di potestà o capitano del
popolo con poteri eccezionali e spesso a vita, pongono il problema di un governo
forte e stabile in grado di far fronte all’instabilità istituzionale e ai
violenti conflitti politici e sociali, soprattutto tra magnati e popolani.
I signori più ricchi e potenti riescono così ad ottenere la facoltà di designare
il proprio successore, dando inizio a dinastie signorili legittimate
dell'imperatore che concede loro il titolo di Duca (spesso dietro forti compensi
da parte dei Signori stessi).
Le istituzioni comunali rimangono comunque funzionanti anche se sempre più
spesso si limitano a ratificare le decisioni del Signore.
Le Signorie più importanti sono quelle dei de’ Medici (Firenze e Toscana),
Gonzaga (Mantova e Monferrato) e Sforza (Milano) ma anche quelle dei Della Torre
(Lombardia e Italia settentrionale), Visconti (Milano), Montefeltro (Urbino,
Marche settentrionali e alta Umbria), Estensi (Ferrara, poi Modena e Reggio
Emilia), Della Scala (Verona) e Malatesta (Rimini, Cesena e Romagna) hanno, in
momenti diversi, notevole importanza.
Discorso a parte per la Repubblica di Venezia, istituita sin dal 697. Il capo
del governo è il Doge (dal latino dux) che con il passare del tempo vedrà il
proprio potere progressivamente arginato da nuovi organi istituzionali.
All'apice della sua potenza, nel XIII secolo, la Serenissima Venezia dominava
comunque gran parte delle coste dell'Adriatico, la Dalmazia, l'Istria, molte
delle isole dell'Egeo, Creta, Cipro, Corfù, era la più importante potenza
militare d'Italia e tra le principali forze mercantili nel Medio oriente.
L'importanza dell'impero nel mondo politico medioevale, e in particolare in
quello italiano, cala notevolmente dopo la sconfitta di Federico Barbarossa alla
battaglia di Legnano nel 1176 e quella di Manfredi nel 1266 a Benevento.
Dopo la sua ascesa al soglio imperiale nel 1308, Enrico VII di Lussemburgo tenta
di restaurare l'antico potere imperiale in Italia trovando però la fiera
opposizione del libero comune di Firenze, di papa Clemente V e di Roberto
d'Angiò. La sua discesa in Italia, con conseguente incoronazione a
Imperatore del Sacro Romano Impero (titolo vacante dalla morte di Federico II,
durante il cosiddetto grande interregno) rimane quindi un gesto puramente
simbolico. Muore peraltro nel 1313 mentre si trova ancora in Italia deludendo
così coloro che avevano sperato in una unificazione del suolo italiano sotto la
sua bandiera.
Anche il Papato, altra grande istituzione medioevale, attraversa un periodo di
crisi.
Entrambe queste istituzioni sono costrette ad accettare la crescente influenza
degli Stati nazionali, supportati dalla sempre più potente classe borghese.
Bonifacio VIII asceso al soglio pontificio nel 1296, cerca di restaurare il
potere papale scontrandosi però con Filippo IV il Bello, re di Francia. Nel 1303
Filippo scende in Italia e spedisce a Roma un'armata capeggiata da Giacomo
Sciarra Colonna (acerrimo nemico del Papa) che prima occupa il palazzo del Papa
a Roma e poi lo imprigiona ad Anagni.
Due anni dopo, nel 1305, Clemente V sposta la sede papale da Roma ad Avignone,
dando inizio a una "cattività avignonese" che durerà 70 anni. I pontefici
perdono gran parte della propria autorità, diventando strumenti passivi della
corona di Francia, tanto da essere definiti "cappellani del Re di Francia".
Filippo IV di Francia (1268 – 1314) detto il Bello, è passato alla storia
soprattutto per i suoi attriti fortissimi con la Chiesa cattolica che hanno
segnato la svolta di un periodo storico importantissimo. Dopo aver duramente
colpito gli ebrei per risollevare l'economia francese, in crisi per
l'ammodernamento politico delle strutture del regno, impone una tassa anche al
clero, con immediata scomunica della Chiesa. Incurante di bolle e anatemi,
Filippo il Bello intenta anche un processo postumo a Bonifacio VIII (mai portato
a termine) e, soprattutto, ordina nel 1308 la soppressione e il massacro
dell'ordine dei Templari, ricchissimo e potentissimo ordine di cavalieri
religiosi, oggetto di accuse, spesso false o travisate, di reati e di empietà.
La dissoluzione definitiva dell’Ordine Templare si realizzerà tra il 1312 e il
1314.